Una separazione

17 Gennaio 2012 ore 21

UN FILM DI ASGHAR FARHADI. ORSO D'ORO PER MIGLIOR FILM, ORSO D'ARGENTO PER MIGLIOR ATTORE E ATTRICE (ENTRAMBI ALL'INSIEME DEL CAST) E PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 61. FESTIVAL DI BERLINO (2011). - CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

Prezzo biglietto intero: 5.00

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In breve

 

Simin vuole lasciare l'Iran con il marito Nader e la figlia Termeh. Nader, però, si rifiuta di lasciare il padre malato di Alzheimer e questa decisione convince Simil a chiedere il divorzio e a tornare a vivere con i suoi genitori. Termeh sceglie invece di rimanere col padre, il quale ingaggia una giovane donna, Razieh, che si prenda cura del padre malato. Tuttavia, la nuova domestica non solo è incinta, ma lavora all'insaputa del marito. Un drammatico evento porterà tutti i protagonisti di fronte al giudice, scatenando una dura lotta di classe e irreparabili conflitti familiari.

si ringrazia www.iovadoalcinema.it

Il commento di Anna

 

Critica "Come già in 'About Elly', è difficile stabilire chi abbia ragione, se la donna che accusa o l'uomo che si difende, in un rimpallo di responsabilità che coinvolge i rispettivi coniugi ma anche la figlia adolescente di Nader. E sarà proprio lei a svelare le ipocrisie, le falsità e i compromessi dietro cui tutti si nascondono, offrendoci il ritratto di un Paese dove il rispetto della legge non aiuta mai a risolvere davvero i problemi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2011)

 

"Borghesia chiacchierona, un passo avanti rispetto al solito Iran neorealista. Il regista di 'About Elly', Orso d'argento nel 2009, punta all'oro con questa storia che comincia con un divorzio (negato) e finisce in un tribunale penale. In mezzo: una domestica incinta, un padre con l'Alzheimer, un marito irascibile, una gravidanza nascosta sotto la palandrana. Cose da sapere: prima di cambiare un vecchio con il pigiama zuppo, una donna deve telefonare alla polizia coranica e chiedere il permesso. La figlia, già velata a sei anni e piuttosto furba: 'Non lo dirò a papà'." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 16 febbraio 2011)

 

"Farhadi sarebbe diventato il secondo eroe dell'opposizione, ovvero nemico del regime: da una parte per aver riunito unanimi consensi attorno al proprio magnifico film, dall'altra per aver alzato la voce in favore di Panahi, di tutti gli artisti e della loro 'libertà di espressione'. (...) Asghar Farhadi, già premiato con l'Orso d'argento nel 2009 con 'About Elly', ha portato in concorso un film dalla storia solo apparentemente 'privata'. (...) Problemi interni ed esterni complicano una situazione già delicata, mentre il film arriva a vibrare come un 'Segreti e bugie' all'iraniana. Conflitto di classe incluso. Se umani pregi e virtù sono universali, gli evidenti ostacoli rimandano alle ferite di un Paese imprigionante e prigioniero. Il valore della pellicola è il medesimo di quelle di tanti film-maker sotto regime (anche nell'Italia fascista) capaci di esprimere il dissenso utilizzando con sapienza il linguaggio dell'arte, specie metaforico e simbolico. Ma anche, come in questo caso, narrando una storia qualunque dei loro/nostri tempi: personaggi e sfondo sono curati al punto tale da trasformare il contorno socio-politico del film nel cuore dell'attenzione mondiale." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 febbraio 2011)

 

"Immaginate un giallo girato come un film neorealista. Un film in cui prima o poi tutti mentono almeno una volta, in tutti i modi possibili (per omissione, per convenienza, per necessità, per pietà). E soprattutto mentono in ogni possibile combinazione: al marito, alla moglie, al giudice, al figlio, ai genitori, in qualche caso anche a se stessi. Magari senza accorgersene. Adesso immaginate che questo film, in cui (quasi) tutto è sotto i nostri occhi ma l'essenziale avviene nelle coscienze dei personaggi, venga da uno dei paesi più segreti del mondo: l'Iran. (...) Dopo tanti film bellissimi e cifrati, osannati all'estero ma proibiti in patria, non avremmo mai sperato che da Teheran arrivasse qualcuno capace di unire gusti e pubblici tanto diversi. Se Asghar Farhadi, il regista di 'Una separazione', riesce nell'impresa è perché lascia parlare 'le cose', come una volta si diceva dei film neorealisti. Ovvero quell'insieme di conflitti, vistosi o invisibili, che sono al centro della vita sociale. Conflitti fra i sessi, le classi, le generazioni. E fra la diversa cultura di chi ha mezzi e educazione, e di chi non ha né gli uni né l'altra ma ha la religione come unica guida. (...) Usando le immagini non per cullarci o stordirci ma per accendere la nostra immaginazione, come sa fare solo il grande cinema. Con tale esattezza d'accenti che perfino la severissima censura iraniana non ha trovato niente da dire. Anche perché nessuno è davvero innocente, né del tutto colpevole. Anzi, la tensione morale che anima comunque tutti i personaggi del film, a confronto col cinismo conclamato del nostro liberissimo Occidente, fa perfino un po' impressione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 ottobre 2011)

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